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Feltrinelli mette la Meloni a testa in giù

I buoni colpiscono ancora. I buoni sarebbero quel commesso di una libreria Feltrinelli che, chiaramente infastidito per il successo di Giorgia Meloni, ha capovolto tutti i suoi volumi in esposizione, insomma li ha messi a testa in giù. Umorismo de sinistra, alla Propaganda Live, dove c’è gente che sfrutta l’amica rider, la disprezza in senso di classe come pazza imbruttita dalla vita (cioè povera) e altri che lo difendono: è un compagno che ha sbagliato, ma questa è sempre casa sua. L’altro buono è quel docente universitario, perché è docente, di Storia contemporanea, e povera università non solo a Ca’ Foscari, Simon Levis Sullam talmente estasiato dalla forca alla Meloni che ha deciso di fotografarla e pubblicarla sui social. Molto spiritoso, con tipica eleganza truculenta e magari degna di approfondimento. Di sicuro non rischia sanzioni, come è capitato al povero Marco Bassani della Statale, reo di lesa Kamala e fulminato dal veramente magnifico rettore Elio Franzini.

Perché, volendo, questo della solita Giorgia a testa in giù non è solo un modo di palesare disprezzo, di odiare come solo i buoni sanno fare, come solo i vittimisti di professione sanno fare, cogliendo il meglio dai presunti attacchi altrui; e non è neppure soltanto invidia o meschinità per una che sta vendendo più libri di tutti, e tanto meno preoccupazione per la regramscizzazione ventilata dal ministro a tempo perso Speranza. Eh, no. Volendo, l’evocazione di quello che, pur con tutte le storicizzazioni, i distacchi analitici, le interpretazioni del caso, rimane un esempio di “macelleria messicana”, per dirla con Ferruccio Parri che stava dall’altra parte, ecco, volendo essere pignoli questo potrebbe anche configurarsi come istigazione a delinquere in forma di omicidio. Augurare a qualcuno di finire a testa in giù, almeno se applichiamo i canoni isterici della sinistra “odiare ti costa”, equivale né più né meno a consigliare chi di dovere a provvedere, insomma a centrare il bersaglio, a far fuori il nemico e quindi appenderlo come un maiale scannato. E come per l’appunto è già accaduto. E come dal dopoguerra, vale a dire da circa ottant’anni, la sinistra democratica, dei tolleranti, dei buoni, rimpiange e invita a rifare: uccidere un fascista non è reato, fasci appesi eccetera. Ovviamente, “fascio” è chiunque la pensi in modo infedele alla linea su qualsiasi questione: chi scrive ha abbastanza primavere addosso per ricordare, un po’ sgomento, lo spettacolo grottesco di fazioni liceali che, tutte a sinistra delle Brigate Rosse, nelle assemblee si scannavano allegramente rinfacciandosi accuse di fascio (“dovete finire appesi, merde!”).

Poi non ci si fa caso, e un po’ perché la pop culture imperante è molto morbida, molto complice in forma di tolleranza, ma sì, che vuoi che sia, adesso non si può più neanche scherzare; e un po’ perché, appunto, la faccenda è talmente abusata, talmente usurata che ormai non stupisce più: solo la Meloni in Rete ha più foto “appesa” che normali, a cura di: assessore emiliane del PD, consiglieri reggiani pure del PD, giornalisti più pirla che incisivi, sempre del PD anche se ostentano percorsi più estremi, eccetera (perché citarli, che non aspettano altro?). Non ci si fa caso, perché “uccidere un fascio non è reato”, e c’è tanto di magistratura democratica che sottoscriveva e tutt’oggi sottoscrive, ma se un “fascio”, per dire chiunque non della parrocchietta, per motivi di censo o di koiné gramsciana, si azzarda a una battutina col piumino da cipria su un compagno, allora sai gli strepiti.

Max Del Papa

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