Politica,  Società

Il lockdown uccide (letteralmente)

Il fatto che in Italia si torni a parlare come se nulla fosse di lockdown – o meglio, che le autorità si possano permettere di farlo senza ritrovarsi la gente in piazza con i forconi un attimo dopo – è la dimostrazione dell’assoluta mancanza di consapevolezza, a livello di percezione generale, di quanto siano stati fallimentari i lockdown passati.

E non mi riferisco alle loro devastanti conseguenze in termini economici, sociali o psicologici – ormai stranote –, ma al fatto che i lockdown di varia natura degli ultimi due anni hanno clamorosamente fallito anche in base all’unico criterio che esiste per giustificarli: quello di “salvare vite”, ridurre la mortalità da Covid ed evitare la saturazione degli ospedali.

I numeri parlano chiaro. L’Italia ha avuto, per buona parte dell’ultimo anno e mezzo, il primato delle restrizioni più dure tra le democrazie occidentali: la media dello Stringency Index compilato dall’università di Oxford mette l’Italia al primo posto tra i paesi democratici occidentali. L’Italia ha anche avuto uno dei maggiori numeri di giorni in cui era in vigore l’ordine di non uscire di casa eccetto che per l’acquisto di viveri e per altri spostamenti essenziali. Infine, l’Italia ha anche vinto la triste gara di chi ha chiuso le scuole più a lungo, a parte qualche Stato americano.

Insomma, siamo stati i più lockdownisti di tutti. E ci sta: il concetto di lockdown nazionale, dopotutto, l’abbiamo inventato noi (nel senso che prima che lo implementassimo non era neanche preso in considerazione in nessuno dei piani pandemici esistenti fino a quel momento a livello mondiale; un punto su cui torneremo). Peccato che allo stesso tempo l’Italia abbia anche uno dei record peggiori in termini di morti pro capite – ben al di sopra di Regno Unito, Stati Uniti, Spagna, Francia, Germania, e Svezia e di molti altri paesi che hanno seguito misure molto meno restrittive. E c’è ancora chi ha il coraggio di parlare di “modello Italia”.

Ora, la vulgata (alimentata da governo e media) vuole che questo sia avvenuto *nonostante* il lockdown – e che senza di esso le cose sarebbe andate senz’altro peggio. In realtà vi sono buone ragioni per credere che il pessimo risultato dell’Italia in termini di morti sia stata una *conseguenza diretta* del lockdown. E la ragione, se ci si pensa, è abbastanza ovvia.

Come spiegano molto bene Piero Stanig e Gianmarco Daniele, due professori della Bocconi, nel loro ottimo libro “Fallimento lockdown”, di cui consiglio vivamente la lettura, se hai a che fare con un virus altamente infettivo, che si diffonde soprattutto al chiuso (come la maggior parte dei virus) e che prende di mira quasi esclusivamente gli anziani, la cosa peggiore che puoi fare è rinchiudere gli anziani dentro casa con altri membri della loro famiglia.

Cioè esattamente quello che è successo quando, in seguito all’annuncio del lockdown e della chiusura delle scuole, migliaia di famiglie si sono trasferite dai nonni per assisterli ma anche per farsi aiutare da loro nella cura dei bambini (visto che tante persone continuavano a lavorare in smart).

O meglio, la cosa peggiore che puoi fare è fare tutto ciò e nel contempo impedire per legge a quegli stessi anziani – e a tutti gli altri – di stare nel luogo in assoluto più sicuro di tutti: all’aperto (dove in pratica non ci si contagia, come già sostenevano in tanti all’inizio della pandemia).

Come scrivono Stanig e Daniele: «Si può legittimamente speculare (anche alla luce della ricerca medica sul contagio in famiglia) che in certa misura il lockdown, combinato con la chiusura delle scuole, abbia contribuito allo sviluppo dell’epidemia invece di rallentarlo». Non a caso – lo ripetiamo – la quarantena dell’intera popolazione (il cosiddetto “lockdown”) è un concetto che non esiste, neppure a livello puramente concettuale, in nessuno dei piani pandemici pre-2020 – né in Italia, né altrove. Anzi, la pressoché totalità di quei piani prende atto dell’inutilità, se non addirittura della pericolosità, delle misure di quarantena, anche solo per i positivi.

Il documento sulle “Non-Pharmaceutical Interventions” in caso di pandemia preparato dall’OMS nel 2019, per esempio, dichiarava testualmente che «la quarantena a casa degli individui esposti allo scopo di ridurre la trasmissione non è raccomandata perché non c’è alcuna logica evidente per questa misura, e ci sarebbero considerevoli difficoltà a implementarla». Ma anche l’ultimo piano italiano disponibile dichiarava che «in fase pandemica l’impatto di misure di restrizione della mobilità della popolazione è limitato». Che fossero dei negazionisti?

Le alternative, insomma, esistevano. Ed erano quelle presenti in *tutti* i piani pandemici pre-2020, in cui non solo non si considera nemmeno lontanamente il blocco totale della società come risposta ottimale dei governi a una pandemia; ma al contrario, si considera il blocco – anche parziale – della normale vita sociale come una conseguenza della pandemia che i governi devono attivamente cercare di scongiurare.

Tutti i piani, poi, suggerivano di fare una cosa piuttosto ovvia: individuare quali fossero le categorie più esposte e dare la priorità a ridurre il rischio per queste persone. E che la categoria più esposta al Covid siano gli anziani (così come che il tasso di mortalità sotto i 60 anni sia vicino allo zero) lo sappiamo fin dall’inizio della pandemia.

E allora perché non è stato fatto nulla per proteggere veramente gli anziani? Perché non è stata presa minimamente in considerazione la strategia di “protezione focalizzata” proposta da Martin Kulldorff, biostatistico ed epidemiologo a Harvard, Sunetra Gupta, epidemiologa a Oxford, e Jay Bhattacharya, epidemiologo ed esperto di salute pubblica a Stanford, autori della “Great Barrington Declaration”, in cui si invitava a «permettere a quelli che sono a minimo rischio di vivere le proprie vite normalmente per acquisire immunità al virus attraverso infezione naturale, al tempo stesso proteggendo quelli che sono ad alto rischio»?

Una strategia di questo tipo avrebbe verosimilmente evitato decine di migliaia di morti. Soprattutto se consideriamo l’enorme numero di morti registrati nelle RSA (soprattutto nei paesi che si sono concentrati sui lockdown di massa), che secondo uno studio rappresenterebbero addirittura il 40 per cento circa di tutti morti di Covid nei paesi occidentali. Insomma, mentre il governo inseguiva i runner sulle spiagge e ispezionava le buste della spesa fuori dai supermercati, le persone più vulnerabili in assoluto – gli anziani nelle case di riposo – sono state abbandonate al loro tragico destino.

E anche per gli anziani non ricoverati erano ipotizzabili soluzioni “focalizzate” alternative, come notano Stanig e Daniele: riservare delle fasce orarie per gli acquisti di generi alimentari per gruppo d’età più a rischio, se non addirittura organizzare consegne a domicilio – e gratis almeno per persone a basso reddito. O raccomandare specialmente agli anziani di evitare luoghi affollati al chiuso e di limitare i propri spostamenti con i mezzi pubblici. O magari addirittura incentivare gli anziani autosufficienti, invece che a stare in casa a guardare i nipotini, ad andarsene, anche a costo zero, in un villaggio vacanze (comunque vuoto) in una regione con clima mite, dove si può stare all’aperto per buona parte della giornata anche in primavera e in autunno (e magari pure in pieno inverno).

Invece si è scelta la via più facile e più dannosa in assoluto, in termini economici, sociali, politici, psicologici e anche, come abbiamo visto, sanitari: il lockdown. Il fatto che ancora oggi ci sia chi contempla questa soluzione è la dimostrazione che non abbiamo imparato nulla dall’esperienza degli ultimi due anni. O forse la risposta è ancora più inquietante: tutto quello che è successo è esattamente quello che i nostri governanti volevano che accadesse. E che non esiteranno a far accadere di nuovo, se non glielo impediamo.

Thomas Fazi

Illustrazione di copertina: Joey Guidone

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *