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La violenza dei semi-colti (per ora solo verbale)

Ieri sera, a Bologna, si è svolta in centro città una manifestazione di migliaia di persone contro il Green Pass. Al momento di passare di fianco a Piazza Maggiore, il corteo pacifico è stato bersagliato da insulti e minacce da parte di una decina di persone. Alcuni dei manifestanti stavano per rispondere e sarebbe bastato pochissimo perché tutto degenerasse in rissa ma alla fine, per fortuna, il corteo è proceduto senza incidenti.

Questo episodio mi ha dato però da riflettere.

Prima della pandemia, quando la polarizzazione ideologica prevalente – nonché propedeutica all’attuale – era quella tra progressisti e populisti, mi sforzavo di mantenere una parte di sguardo distaccato. Pur essendo pienamente coinvolto nella polarizzazione in quanto schierato con la base sociale del cosiddetto populismo, cercavo di osservare anche come le dinamiche del web portassero trasversalmente a esasperare le differenze, a stimolare il tifo identitario, a precludere sempre più ogni forma di dialogo.

In breve, cercavo di vedere e riconoscere come aggressività, intolleranza e fanatismo si manifestassero anche nel “mio” campo.

Con l’avvento della pandemia, questo impegno si è fatto via via più difficile, tanto che oggi posso ammettere d’averlo abbandonato.

Questo perché sono giunto alla conclusione che, per quanto i fanatici e gli ottusi siano e saranno trasversali a tutti gli schieramenti in ogni epoca, in termini maggioritari e prevalenti una sola delle due polarità in cui è suddivisa l’opinione pubblica, oggi, esprime violenza e desiderio di morte verso l’altra.

La componente rabbiosa e violenta della società, ebbene, è quella che rivendica in ogni circostanza di essere eticamente migliore delle altre, ovvero l’area progressista, la cosiddetta sinistra composta da ceto medio semi-colto e in parte benestante.

Il punto è che all’interno della pregressa polarizzazione è stato calato dall’alto un nuovo elemento psico-sociale tale da cambiare tutto, ovvero la paura di morire.

Il ceto semi-colto ha reagito a un potenziale pericolo di morte con una manifestazione di pavidità imbarazzante, con un’isteria a malapena dissimulata dalla retorica sul voler salvare non se stessi ma “gli altri”, con una perdita totale della dignità insita nell’affidarsi ciecamente e pedissequamente al potere costituito alla ricerca di protezione, per lenire il sentimento di terrore nei confronti della morte.

Fin dai primissimi giorni della pandemia – con la polemica sui runner portatori di contagio – il potere politico, mediatico ed economico mostrò chiaramente di voler incanalare la rabbia sociale dovuta alla reclusione verso un capro espiatorio interno alla società.

A differenza che nei riti sacrificali dell’antichità, però, il capro espiatorio non era un singolo ma una parte della società: ovvero tutti coloro che contestavano il Padre-governo nei quali gli altri, invece, avevano cercato rifugio e protezione.

Oggi, con la polemica sul green pass e con un nuovo lockdown in ottobre di cui – mentendo sapendo di mentire – politica e media incolperanno i non-vaccinati, la situazione presenta i prerequisiti della guerra civile in quanto non vi è più un quadro costituzionale riconosciuto. Inoltre, col fatto che non esiste più neppure una definizione condivisa di “realtà”, il piano della guerra civile mostra inclinazioni non dissimili da quelle della guerra inter-etnica.

Il problema, però, è che una sola parte desidera la morte dell’altra. Non è difficile fare una verifica sul web e comparare il flusso di commenti delle due parti: da una parte, abbiamo le prese in giro ai “covidioti”, nonché il loro essere paragonati alla piccola borghesia tedesca degli anni ’30 che fu storicamente responsabile dell’aver dato base di consenso al nazismo; ma dall’altra, abbiamo gli auguri di morte, le minacce fisiche dirette, l’evocazione dei campi di concentramento per i non vaccinati, il paragonare questi ultimi ai ratti o ai cani.

I vari aspetti che compongono la struttura mentale del progressista semi-colto, oggi, rappresentano un cocktail esplosivo e micidiale.

La condizione semi-colta, in quanto tale, fa sì che un livello culturale lacunoso e una capacità di elaborazione intellettuale delimitata, siano percepite dai loro portatori come autentica erudizione, nonché come superiorità intellettiva rispetto a un popolo ritenuto rozzo, populista e spregevole.

Il bisogno di protezione generato dall’assoluta pavidità nei confronti della possibilità di morire, ha fatto sì che non solo lo Stato venisse nuovamente percepito come padre-padrone ovvero in forma neo-assolutista, ma vi è stato anche un rinverdire la correlazione fra dottrina dello Stato e teologia: oggi, la narrazione dello Stato viene vista come Verità Scientifica – dunque come assoluto – né più né meno come nel Medioevo il Papato e l’Impero erano visti come manifestazione mondana dell’ordine teologico-spirituale.

Dunque, affinché la concezione neo-assolutista dello Stato potesse materializzarsi, è stato necessario un meccanismo di superstizione che si declina, oggi, nelle forme del fanatismo religioso e con tanto di odio assoluto verso gli infedeli.

Abbiamo dinanzi, insomma, una massa pavida terrorizzata dall’idea della morte fino all’accecamento che, a questo, aggiunge una fede religiosa nello Stato in quanto depositario d’un concetto assolutista di “vera scienza” che non può ammettere dubbio o divergenza.

È facile immaginare, quindi, che la violenza verbale o gli insulti in piazza possano fare un salto di qualità. Grazie anche alla campagna di criminalizzazione martellante e quotidiana svolta dai media mainstream contro i non-vaccinati (qualificati come assassini dal Presidente del Consiglio), è insomma probabile che il ceto semi-colto voglia andare allo scontro fisico contro i contestatori del governo.

In quel caso, dovremo tutti mantenere i nervi saldi e cercare in tutti i modi di evitare l’escalation del conflitto. Per questo motivo, le prossime manifestazioni contro il Green Pass devono iniziare a porsi il problema del servizio d’ordine.

Riccardo Paccosi

Illustrazione di copertina: Karolis Strautniekas

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