Attualità,  Cultura,  Mass Media

Le fabbriche del consenso

In occasione del lancio del libro (Teatri di Guerra Contemporanei), durante un’intervista per una nota radio, mi sono state poste due domande riguardo alla Siria.

Nella seconda, quella che è stata tagliata e che quindi non è andata in onda, mi si chiedeva in cosa la guerra in Siria si differenziasse dagli altri conflitti.

Nella risposta che i radioascoltatori non hanno avuto la possibilità di sentire, riferivo che a mio parere la differenza sostanziale era da ricercarsi nella narrazione: mai nella storia, un conflitto era stato raccontato con una tale sciatteria mista a malafede; neanche per la guerra in Iraq e quella in Libia si era arrivati ad un tale livello di manipolazione dei fatti. Forse qualcosa del genere si è visto soltanto nel caso della ex Jugoslavia.

A distanza di dieci anni credo che l’opinione pubblica non abbia la più pallida idea di quali siano le reali cause della guerra in Siria e di cosa sia accaduto effettivamente sul campo.

Per chiarire il concetto avevo utilizzato una metafora. Pochi giorni prima dell’intervista avevo regalato a mio figlio una versione per bambini del Conte di Montecristo: un volumetto prevalentemente illustrato in cui il cattivo è cattivissimo, il buono è buonissimo e una trama che si sviluppa generalmente in oltre 1300 pagine veniva ridotta in pochi semplici passaggi.

Ecco, la narrazione del conflitto siriano fatta dai media mainstream somiglia da vicino ad un volumetto per bambini: delle decine di attori che hanno avuto un ruolo nel conflitto il pubblico ne conosce a malapena quattro, i ruoli che hanno avuto sono stati completamente stravolti affinché coincidano con l’idea che si voleva imprimere nella coscienza del pubblico, ma soprattutto, dopo dieci anni di accadimenti, il pubblico è a conoscenza si e no di tre o quattro episodi.

E’ ormai evidente che ad un pubblico “infantilizzato”, che rifiuta o peggio ancora non riesce ad afferrare la complessità del reale, non può che arrivare una narrazione dei fatti per bambini, ovvero ridotta ai minimi termini e depurata di tutti quegli aspetti che potrebbero turbarne la coscienza e l’immagine di mondo.

Questo aspetto oggi è grandemente riscontrabile nella narrazione grottesca che si è fatta della pandemia e nella proposta del neosegretario del PD di estendere il voto ai sedicenni: se gli adulti leggono il mondo come gli adolescenti, tanto vale rendere quest’ultimi partecipi delle scelte, tanto oramai la loro capacità di giudizio equivale a quella di un adulto.

Combattere contro strutture di potere in grado di manipolare la realtà a questi livelli, per via dei loro eserciti di servitori e per i loro mezzi finanziari praticamente illimitati, a questo punto può sembrare un’impresa disperata. Tuttavia, da sempre, esiste un terreno di scontro sul quale il singolo e queste entità si affrontano ad armi pari. Mi riferisco al piano intellettuale: le idee, o sono valide o non lo sono e questo è vero indipendentemente dalla lunghezza della catena di montaggio che le ha prodotte.

Il potere di fatto gestisce delle vere e proprie fabbriche del consenso e attraverso la militarizzazione dell’industria culturale si è assicurato una posizione egemonica. Inoltre ha dalla sua il fatto che i concetti vengono accettati con maggiore facilità se la loro imposizione la si ottiene con la forza della propaganda e dei mezzi di persuasione. Ma se le argomentazione della controparte risultano essere corrette e corroborate dai fatti, allora esiste l’eventualità che tutto il castello di menzogne edificato dai padroni del discorso ad un certo punto possa collassare di schianto. Le narrazioni mendaci richiedono un’enorme dispendio di energia per far sì che facciano presa sulle coscienze; viceversa, per abbatterle dalle fondamenta, può bastare una semplice intuizione supportata da un onesto lavoro di documentazione.

Di qui la necessità della censura. Quando il potere si rende conto che il confronto con gli oppositori inizia a comportare dei rischi e che l’albero dialettico inizia a vacillare, allora sente il bisogno di truccare la partita: in prima battuta con la censura preventiva, ovvero con il discredito dell’interlocutore; in secondo luogo tappandogli la bocca attraverso il bavaglio vero e proprio.

Un eretico lo possono bruciare facilmente, ma se ad un certo punto le voci discordanti cominceranno a moltiplicarsi, arriverà il momento che non gli basterà più la legna per silenziarle tutte.

Giorgio Bianchi

Illustrazione di copertina: Brian Stauffer

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *