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Mattarella vince pure Sanremo

Perfino il covid si è chinato al trionfo di Mattarella. L’euforia per la sua rielezione ha fatto sparire da un giorno all’altro la pandemia e i dati brutti, diffondendo la velina di regime che il pericolo è passato. E dire che solo una settimana fa il paese veniva spaventato dagli stessi media per la nuova catastrofe sanitaria. Sono i miracoli di Mattarella rieletto e del quadro politico restaurato come vuole la Cupola. Gran discorso di Mattarella, gliene ha cantate quattro al suo predecessore. Ovvero bel sermone il suo se fosse per l’insediamento di un neo-presidente al Quirinale che promette di cambiare l’andazzo del settennato precedente, l’ignavia, l’omertà e l’inerzia su alcuni punti nodali (libertà ristretta, malagiustizia, diritti violati, democrazia negata).

Stucchevole il delirio mediatico e politico a senso unico, perfino gli studenti che protestano sono diventati “i ragazzi di Mattarella”. Financo il tenebroso Cacciari si è rasserenato col Mattarella bis. Il Paese è passato dalla lite al monolite con prodigiosa rapidità: tutto è corale in questo paese. Ma l’agenda, il racconto, il perimetro, lo stabilisce sempre la direzione della Ditta. Evviva la Cappa.

Al conformismo unanime di Palazzo corrisponde il conformismo unanime di Palco, nella rappresentazione di Sanremo. Il Festival è la Fiera delle banalità trionfanti, le finte trasgressioni, i fatui discorsi strappalacrime (o scrotoclasti) e la rassegna di tutti i nuovi luoghi comuni, canoni di massa corretti ma travestiti da scorretti, in modo da godere i benefici di entrambi i ruoli. Più una lacrima di vittimismo dietro ogni sermone. Una trasgressione di massa non è più trasgressione ma conformismo; è come se per ogni trasgressione ti arrivasse a casa non una multa ma un bonus. Evviva la Cappa.

Sanremo, ho scritto nei social i giorni scorsi, è una specie di minchiometro nazionale; misura il tasso di minchioneria del paese e rappresenta, attraverso una serie di carri allegorici – la Vittima Nera, il Trans Super, il Gay monouso, le accoppiate omosex, il Predicatore antimafia, il Menagramo pandemico, il Pugno chiuso, il Blasfemo che si autobattezza, la legalizzatrice della droga bbona – la sagra di tutte le ovvietà dissacranti e tutti i possibili pregiudizi correct in auge al momento. Mancava solo il Papa a Sanremo, ma è stato ripescato stasera da Faziosetto (contrazione settaria di Fazio/Littizzetto). Così chiude il cerchio, amen.

A Sanremo c’è stato pure il quarto d’ora di libera uscita con Checco Zalone, divertente con la sua satira da scuola e da struscio paesano degli anni settanta. Checco, che è un furbo travestito da fesso, fa una satira perfettamente double face che dà l’impressione agli scorretti di prendere in giro i corretti, e ai corretti di prendere in giro gli scorretti, lanciando messaggi di derisione e adesione agli standard trasgressivi. Vera comicità perché applica quel che Pirandello chiamava “il sentimento del contrario”, alla base dell’umorismo: rovescia i ruoli e le situazioni, capovolge le prospettive correnti, vede il mondo global con l’occhio strapaesano, e viceversa, inverte i linguaggi odierni con quelli usati pochi anni fa, e nel cortocircuito dell’irriverenza riesce a rendere spiritoso il caos che ne deriva con i suoi nuovi luoghi comuni.

È stata bandita la bellezza che di solito ornava il palcoscenico di Sanremo; “le sceme” rimpiante da Zalone. le donne non devono essere brave e belle, ma “rappresentative”, portatrici di un messaggio. Al più possono essere ex-belle, cioè reduci cioè dal mondo in cui la bellezza contava qualcosa, rifatte col bonus facciate; così ammiccano al target anziano. Prendete il caso della ragazza afro-italiana e al suo discorso lacrimoso quanto insensato. Ha detto che non ha mai subito discriminazioni in vita sua per il colore della pelle ma quando è stata invitata a Sanremo ha ricevuto qualche messaggio brutto. Ora tre scemi si trovano sempre, ma andarseli pure a scovare, stamparli e portarli in video non comprova lo status di vittima con pianto annesso. Sul palco di una grande kermesse si va per tre motivi: perché particolarmente brave, perché particolarmente belle, perché particolarmente famose. Se sei lì e non rispondi a nessuno di questi requisiti, allora sei lì solo per il colore della pelle e sei usata come testimonial di un’ennesima campagna etico-ideologica. Milioni di altre brave ragazze come lei non le invitano sul palco; lei si, perché “nera”. Il razzismo in questo caso funziona a rovescio. Evviva la Cappa.

A proposito di donne. Mattarella, il Fessival e la tv hanno celebrato, giustamente, Monica Vitti, di cui ieri ci sono stati i funerali. Il suo ruolo nel cinema è stato la negazione assoluta dell’odierno prototipo femminile: per la femminilità e la passionalità, per la tenerezza e per le botte che ha preso in tutti i film, che all’epoca erano comiche ed oggi sono da denuncia e da corteo; per i ruoli sottomessi, gelosi, violenti, amorosamente teneri o ferocemente antichi che ha recitato. Un talento come la Vitti (che era così brava nel suo ruolo da non apparire bella, e invece lo era), sarebbe stato impensabile trent’anni prima, ma ancor più trent’anni dopo. Se rivedete i film della commedia all’italiana con lei, Sordi, Manfredi, Gassman, Tognazzi, Mastroianni, Giannini vi accorgete che oggi sarebbero da corte marziale correct, nonostante le marchette al comunismo (ad es. nel bellissimo Dramma della gelosia).

Ma la vita è bella perché è varia, come l’umanità. E la storia è interessante perché offre punti di vista diversi dall’oggi. Pensieri proibiti in regime di uniformità, tra passato cancellato e presente conformato, dove si celebra con una voce sola il Caro Leader, il Papa d’asporto e il Festival della Canzone come una specie di Concilio Ecumenico. Evviva la Cappa.

Marcello Veneziani

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Illustrazione di copertina: Matt Mahurin

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