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Piccola riflessione filosofico-politica

Chiunque, come lo scrivente, ha una formazione fenomenologica ha appreso ed esercitato estesamente quella tecnica metodologica che è la “sospensione di giudizio” (Epoché).

Non entro in dettagli per i non addetti ai lavori, ma sommariamente parlando la sospensione del giudizio fenomenologica è un metodo volto ad evitare di trarre conclusioni reali (implicazioni operative, causali) da un contenuto di riflessione finché tale contenuto di riflessione sia oggetto di approfondimento.

Ciò da cui ci si deve guardare (non solo, ma soprattutto) è la tendenza a giudicare un contenuto con un occhio alle conseguenze che se ne possono trarre, al suo incardinamento in una catena di effetti reali.

E’ chiaro che questo atteggiamento metodologico opera agli antipodi della disposizione politica, dove si tende a fare spesso l’opposto: intrattenere un pensiero, un contenuto, una presunta verità solo nella misura in cui le sue implicazioni possono tornare utili ad una finalità predecisa. La sospensione di giudizio, peraltro, è anche un metodo fondamentale per l’elaborazione scientifica (accanto al metodo ipotetico-deduttivo).

Ecco, da questa prospettiva salta agli occhi sempre più di frequente (e la recente vicenda pandemica ne è esempio macroscopico), come la sospensione del giudizio (finché una ‘verità’ non sia matura) sia oggi la principale vittima dell’evoluzione tecnocratica del mondo odierno.

La vicenda vaccinale ne è un esempio potentissimo: la fretta, l’urgenza politica di ripartire, si è sovrapposta senza resistenze significative alle pratiche cautelative, ai tempi dell’accertamento scientifico, ai tempi della riflessione e del dibattito. I due moventi, quello veritativo e quello politico, si sovrappongono senza soluzione di continuità e si continuano a sovrapporre nella mente e nei giudizi delle persone (anche di molte persone professionalmente dedite al lavoro scientifico).Ma questo processo, è necessario sottolinearlo, fa una vittima illustre, cioè l’affidabilità del vero, l’affidabilità della pretesa scientifica.

Questo tipo di pressione, peraltro, è stata segnalata da tempo in ambito scientifico sotto l’etichetta del “Publish or Perish”. La pressione ‘produttivistica’ si è da tempo estesa all’ambito scientifico, dove la rapidità produttiva tende naturalmente ad andare a scapito della profondità, affidabilità o semplicemente significatività di quanto prodotto.

Ma con la svolta tecnocratica delle democrazie questo processo diviene pervasivo e decisivo.

La svolta tecnocratica presenta la seguente dinamica di fondo: 1) dichiarazione di un’urgenza/emergenza ->, 2) richiesta perentoria di “fare presto” (“non c’è tempo da perdere”) -> 3) delega decisionale della sovranità a presunti ‘competenti’ (tecnici, rappresentanti della tecnoscienza).

Questo processo si giova dell’autorevolezza che il rigore scientifico si è guadagnato sul campo nei secoli, ma ne nega frontalmente i presupposti, subordinando la possibilità di “seguire i tempi della riflessione e della ricerca” ad urgenze pressanti, perentorie, cui devo semplicemente ottemperare (e se non lo fa è inutile; e se è inutile perché finanziarla?).

Lo spazio per la pesatura dei dubbi e per il loro approfondimento, l’ammissione di ignoranza quando la conoscenza non si è ancora consolidata, tutto questo è stato sacrificato in maniera esemplare e mai così completa nel corso della presenta pandemia (le procedure irregolari delle case farmaceutiche che stanno emergendo sono la punta dell’iceberg).

Di fatto la “scienza” al servizio delle urgenze tecnocratiche è puramente e semplicemente ideologia o retorica, anche quando non lo sa, anche quando crede di fare tutt’altro. I tempi dell’urgenza tecnocratica sono i tempi della menzogna e della manipolazione travestita, e noi ci stiamo nuotando dentro.

Post Scriptum: Nota psicologica aggiuntiva.

Paradossalmente, nessuno al mondo è più incline a dare credito alle richieste del pragmatismo e della Realpolitik di intellettuali e accademici. Perché? Ma perché il loro (nostro) punto debole psicologico, ciò da cui si difendono (ci difendiamo) sempre implicitamente, è l’accusa di “non servire a niente”, di essere un orpello della società, di essere in una distante torre d’avorio. E così, senza minimamente uscire dalla torre d’avorio, credono spesso che mostrandosi pronti a compromessi col più crudo realismo si possono liberare da quella accusa.

Prof. Andrea Zhok

Illustrazione di copertina: Francesco Buongiorni

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